I risultati delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 segnano certamente una rottura con gli scenari sin qui succedutisi negli oltre 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Chi volge lo sguardo altrove, senza intrattenersi sul suo significato, sbaglia, non coglie nelle elezioni di questo periodo in Occidente l’espressione del cambio di fase del movimento della storia senza uguali nei decenni precedenti. Comunque la si pensi, bisogna tener conto del fatto che le elezioni sono un termometro della febbre sociale che si esprime con un simbolo su una scheda.

NOTA A MARGINE

Roma 24 febbraio 2018: in un putridume generale di incensatori della democrazia borghese e delle sue istituzioni al servizio del dio capitale di un modo di produzione in crisi:

un pugno di lavoratori a schiena dritta

I lavoratori della Logistica, per lo più immigrati di colore, fatti arrivare nei paesi occidentali per metterli in competizione con i lavoratori autoctoni e abbassare il costo del lavoro, è la dimostrazione più evidente che questa crisi capitalistica è ben lontana dall’esaurirsi.

Michele Castaldo propone un lavoro di analisi su due grandi avvenimenti rivoluzionari, La Comune di Parigi del 1871 e l’Ottobre del 1917 in Russia, ponendo al centro della sua ricerca le classi proletarie. Rivisita la storia del movimento socialista e comunista, rapporta i fatti alla teoria e la teoria ai fatti, per mettere in luce lo scontro perenne che si svolge nei rapporti sociali tra la forza della ragione e la ragione della forza; o più prosaicamente come la specie umana si trova a vivere in modo subordinato rispetto ai meccanismi che essa stessa in modo istintivo pone in essere, quei processi economico-sociali che Marx

 

  Dunque uno dei più grandi distributori dei prodotti di ogni genere ritiene di poter ricorrere al braccialetto elettronico al braccio dei dipendenti per velocizzare ulteriormente lo spostamento e la spedizione delle merci all’interno delle normative vigenti, cioè senza calpestare le leggi. 

Il peggior servizio che si possa prestare a un grande evento sociale, di portata storica, come quello in Russia nei primi anni del XX secolo è di renderlo un mito. I miti la storia li disvela per quel che sono, crollano evidenziando l’imponenza del grande evento.

   La rivoluzione russa non comincia nel 1917, ma nel 1861, con la cosiddetta abolizione della servitù della gleba. Si trattava di un’abolizione formale – nel senso che il bracciante agricolo non era più vincolato al diritto di proprietà del padrone del fondo feudale. Sul piano sostanziale però i servi avevano avuto la possibilità di acquistare pezzi di terra – i peggiori ovviamente – e a condizioni capestro sia dallo Stato che dagli ex proprietari. In questo modo i servi divenuti formalmente titolari di un lotto di terra erano costretti a pagare la quota per l’acquisto o allo Stato, o all’ex proprietario, o   alle banche che avevano finanziato l’acquisto. Il povero contadino

Proviamo a tradurre con parole semplici e chiare che cosa sta succedendo in questo inizio del 2018 nel movimento generale del modo di produzione capitalistico che si riflette nell’incontro di Davos, dove si tiene in questi giorni il Forum mondiale dell’economia. Premettiamo che i migliori economisti si dimostrano sempre dei dilettanti allo sbaraglio, poiché la natura dell’economia capitalistica ha leggi proprie che sfuggono a ogni razionalità, in modo particolare a questo stadio di sviluppo dei rapporti di produzione e di scambio.  In questo modo l’uomo è dominato da tali leggi e non viceversa.

   Quando diciamo movimento generale

Poche note sugli ultimi avvenimenti in Europa: elezioni in Francia, in Germania, richiesta referendaria per la secessione in Spagna, l’approssimarsi delle elezioni regionali e politiche in Italia e così via. 

   Nel commentare i fatti di questo periodo mi sono posto questa domanda: a chi parlare? Mi sono dato questa risposta: al vento, si, al vento che nonostante le apparenze si presenta come una novità storica dagli esiti sconvolgenti. Un vento nuovo, complicato, scoraggiante e incoraggiante al tempo stesso, da leggere con metodo materialistico, duro da digerire per i palati ideologici e per chi è appiattito sul presente senza capire la messa in discussione di un intero equilibrio sin qui consolidato da quello che Marx definì modo di produzione capitalistico. Si tratta di scossoni che destabilizzano il cuore di questo modo di produzione, cioè l’Occidente

Come sono lontani i giorni delle oceaniche manifestazioni del 1979 contro gli Usa e dell’occupazione della sua ambasciata, con gli europei – la Francia in primis - che gongolavano perché fiutavano affari d’oro con quel paese. Un grande paese, ricco di materie prime, che pretendeva di sottrarsi dalle grinfie dell’imperialismo a Stelle e strisce, per un proprio sviluppo autoctono. E oggi? A distanza di soli 39 anni, dopo una guerra di dieci anni con l’Iraq – sostenuto in quell’infausto atteggiamento dal governo di Saddam Hussein, pro doma sua e per conto dell’impero del Male (gli Usa, sempre loro) – e un poderoso sviluppo economico, la crisi generale e mondiale del modo di produzione capitalistico comincia a bussare prepotentemente anche alle porte di uno dei più importanti paesi mediorientali. 

Non da oggi la questione degli immigrati è una questione centrale nel dibattito politico. Fiumi di inchiostro per “analizzare” il fenomeno e non mancano, ovviamente, proposte per risolvere il problema. Ma sempre dal punto di vista di chi quel fenomeno lo “subisce”. Il mio punto di vista differisce anche da chi da sinistra e dall’estrema sinistra lo affronta con la testa per terra e le gambe all’aria.

   E’ noto anche a chi

Si avvicina la fine della legislatura e si avvicinano le nuove elezioni politiche, si scaldano i motori, c’è una sorta di fremito fra gli apparati dei partiti vecchi, nuovi, nuovissimi e qualcuno addirittura in via di formazione come quello che viene dagli ex occupanti dell’Opg (per qualche povero sprovveduto che capitasse per caso a leggere queste note: si tratta di giovani occupanti del vecchio manicomio giudiziario di Napoli).   

   Si scatena immediatamente il dibattito a “sinistra”, cioè di quei rimasugli del sessantottismo e settantasettismo che, nostalgici di un movimento che fu, rimbalzano tra parole d’ordine, programmi o astensionismo di principio senza cavare – come suol dirsi – un ragno dal buco. Tentativi su tentativi che

Ma chi è Macron? Si domandano in tanti. Semplice la risposta: un burattino al servizio delle paure del popolo francese atterrito dalla crisi. E lui non fa niente per nasconderle e, pur rappresentando i poteri tutt’altro che deboli, si rivolge anche ai deboli, a differenza dell’odiosa signora sua concorrente, impaurito che questi possano ribellarsi, e si rifugia sotto il manto protettivo della professoressa che per età gli fa da mamma. Un giovane brillante? Ma va là, va là.

   Chi è la signora Le Pen?