L’uccisione di Soleimani, il generale iraniano comandante delle forze al-Quds (il corpo d’èlite della Guardia Rivoluzionaria Islamica) da parte degli Usa è il segno di un’accelerazione della crisi generale che investe il modo di produzione capitalistico in una fase cruciale.

   La storia dell’uomo è caratterizzata dal principio di Hobbes: homo homini lupus, cioè l’uomo è un lupo nei confronti di un altro uomo, non riesce, perciò, in alcun modo a vedere in un altro uomo un proprio simile, nel suo simile, dunque non cerca di stabilire con lui un rapporto di armonia, ma di aggressione e di concorrenza, cioè cerca di prevalere. Seguendo questo principio l’uomo è arrivato

Prendo spunto da un commento di Dino Erba, «I “nuovi marxisti” alla (ri)scoperta delle “nuove” classi medie», al libro di Bruno Astarian e Robert Ferro, per tornare su un punto teorico e politico di un certo interesse: il ruolo del ceto medio in questa fase.  Se i comunisti d’oggi cercassero di analizzare i fatti per come essi parlano, capirebbero molto di più delle loro strampalate analisi ideologiche.

   Non conosco il lavoro di Astarian e Ferro, ma dal commento di Dino Erba c’è materiale a iosa per riflettere sul fenomeno del movimento del ceto medio, che fa parlare di sé in questa fase. Faccio un’avvertenza obbligata: qualcuno ha scritto che «è pesante da digerire l’esasperato oggettivismo del Castaldo». Lo credo bene, e dal momento che non ho cambiato metodo e impostazione, si può anche non continuare a leggere il presente contributo. 

Procedo per punti per rendere più agevole il punto di vista:

Un nuovo fatto di ordinaria criminalità compiuto nei confronti degli immigrati, quello di utilizzare l’episodio della “forzatura del blocco navale” da parte di Carole Rachete con la Sea Watch 3, per attaccare gli immigrati con una violenza pari alle forze politiche di destra, che Salvini ben sintetizza.

   Nessuna meraviglia, ci mancherebbe, se una Meloni invoca l’affondamento della nave incriminata; quando si dice che l’animo femminile è più sensibile, più umano, perché materno, ovvero la quota rosa della carognata. Non che ci voglia molto per provare disprezzo per Salvini, Meloni et similia. Qualche domanda andrebbe posta anche al M5S, ma è tempo perso, sono troppo stretti nella morsa che il potere, quello vero, dell’economia del paese, gli ha stretta al collo. 

  È perfettamente inutile disquisire sulle leggi dei mari e dei porti, sui diritti territoriali o umani, non è mestiere di chi è di parte, da entrambe le parti: tra chi difende comunque il diritto dei più deboli contro chi si affanna a sputare su di essi, a vivere della loro miseria, del loro sfruttamento, del loro lavoro.  

   Trafficanti di esseri umani?

Quando un membro del governo come quello attuale, o anche di tutti quelli precedenti, di fronte al dramma della ArcelorMittal, che minaccia la dismissione, dice che “la sovranità appartiene al parlamento e non al gruppo dirigente della società”, dice una stupidaggine. Ci troviamo cioè al cospetto del dilettante allo sbaraglio, del presuntuoso di turno e del cretino patentato, ovvero di colui che non conoscendo la forza delle leggi dell’economia si atteggia a statista, piuttosto che a micragnoso personaggetto.   

   Meno cretino e più con i piedi per terra è Landini, che di fronte al ricatto della società – di dismettere se non viene rispristinata l’immunità penale – propone di ripristinare l’immunità penale per togliere l’alibi all’azienda. Poi ci saranno quelli che spareranno ad alzo zero contro Landini e la Cgil perché in questo modo si favoriscono i padroni sulla morte degli operai e dell’area inquinata circostante in nome del profitto. Il che è vero, ed è anche facile parlare, ma la questione che abbiamo di fronte non è di parole, ma di azioni, ovvero dell’uso della forza. 

Esattamente un anno fa pubblicavo un articolo dal titolo: Caos Italia, ovvero la rivolta del ceto medio. A distanza di un anno con i risultati delle elezioni europee viene confermata la tesi di fondo. Ovvero il ceto medio, cioè un insieme di categorie sociali cresciute a dismisura durante gli anni di crescita dell’accumulazione capitalistica, con la crisi non trovano più spazio nel modo di produzione e si ribellano. 

   Quando ho pensato di scrivere queste note mi sono posto una domanda: chi è l’interlocutore al quale mi devo rivolgere? In che modo si può parlare da vecchio militante di estrema sinistra a chi – privo di schema ideologico – come centinaia di migliaia di giovani, proletari e non, occupati, precari o disoccupati che hanno visto nel M5S un faro nella notte e lo hanno supportato fino a farlo diventare il primo partito italiano in soli 10 anni? Non mi nascondo dietro il dito: la risposta è molto complicata.

Ci sono strani “misteri” nella storia dei popoli. Uno di questi, dopo quello palestinese, è certamente quello del popolo curdo. Una popolazione di circa 50 milioni distribuiti in 4 stati: Turchia, Iran, Iraq e Siria. Un popolo che rincorre la creazione di un proprio Stato, a lungo promesso dalle potenze occidentali dalla fine della prima guerra mondiale, e che a tutt’oggi ne è ancora privo. Quali le cause passate e innanzitutto quelle di questi anni?

   Verrebbe da dire: maledetta l’invenzione del motore a scoppio e con esso del petrolio che sta nel sottosuolo del Medio Oriente; perché è in questo rapporto che si nascondono tutte le tragedie di decine di milioni di persone che vivono su quel vasto territorio. Perché il popolo del Kurdistan, oltre ai palestinesi, rappresenta

 

   Con l’approssimarsi della scadenza elettorale del 26 maggio si ripresenta, per la sinistra, una nuova occasione per discutere della spinosa questione sindacale. Lo spunto viene offerto, questa volta, dall’appello unitario firmato da Confindustria e Cgil Cisl Uil, ovvero – ancora a tutt’oggi – i sindacati maggiormente rappresentativi. Come è possibile, perché due controparti firmano un appello unitario, cosa unisce padroni e operai, borghesi e proletari? Perché cadere così in basso, si chiedono addirittura certe formazioni di estrema sinistra? Evidentemente c’è qualcosa che non va, o tra i sindacati confederali oppure fra quanti non hanno chiara la natura del sindacato, la natura del capitalismo e innanzitutto il modo di vivere del proletariato nel capitalismo.

«Passata è la tempesta odo augelli far festa» leggiamo in Leopardi e osservando gli umori dei personaggi del nuovo governo si ha l’impressione che la tempesta – cioè l’uscita di scena di Salvini – sia passata e dunque «Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride». È proprio così?

   A volte ci sono gesti e parole che spiegano molto più di un libro: il gesto di Giuseppe Conte che poggia la mano sulla spalla sinistra di Salvini, mentre pronuncia il discorso di commiato alla camera, è tutto un programma; come dire: povero fesso, povera ingenua creatura, sei caduto nella trappola, l’hai fatta grossa: hai preteso di avere rapporti equivoci con la Russia, di intavolare trattative sotto banco; di convocare le parti sociali, cosa che non competeva al tuo dicastero; di proseguire in una continua campagna elettorale incentrata sulla tua persona; di osare di mettere in discussione la permanenza nell’Unione Europea e di cambiare l’alleanza strategica dell’Italia. Dulcis in fundo: hai avuto la pretesa di chiedere i pieni poteri agli elettori. Ma chi credi di essere? Ti sei guardato allo specchio? Non hai capito con chi hai a che fare! Mo’ ti sistemo io.  

   Il discorso di Conte era apparso da subito

   Uno degli aspetti più complicati di questa fase storica è costituito dal passaggio di fase del moto- modo di produzione capitalistico.

   La questione posta all’ordine del giorno riguarda il Venezuela e le mire fameliche dei paesi occidentali in crisi. Questi minacciano un intervento dall’esterno per aiutare la formazione di un governo che dovrebbe favorire i padroni del mondo (così essi si ritengono) nella gestione delle materie prime a prezzi a lor signori convenienti. In nome della rapina petrolifera? No, in nome – manco a dirlo – della democrazia.

   La differenza tra il vecchio colonialismo e quello odierno è piuttosto consistente, perché il vecchio si collocava in una fase espansiva e “radiosa” del modo di produzione capitalistico, mentre quello odierno è espressione di una crisi di sistema di tutto

Rodolfo De Angelis cantava negli anni ’30: Ma cos’è questa crisi: […] L'esercente poveretto non sa più che cosa far e contempla quel cassetto che riempiva di danar […]. Se è vero che la storia non si ripete mai uguale a sé stessa, e quando si ripete ha i connotati della farsa, va detto che questa crisi non è una farsa.

   Si, è una crisi seria, molto seria e ad essere preoccupati sono innanzitutto lor signori, cioè categorie sociali e personaggi di un potere che vedono scuotere un intero sistema che sembrava incrollabile fino a qualche decennio fa. Cerchiamo di raccapezzarci qualcosa nel guazzabuglio nazionale all’interno di un caotico quadro mondiale.